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L 1attaccamentoa aumenta l’opacità della vita. RILKE.

Cos’é la vita? Cos’è la mia vita? Chi sono? Perché sono? Dove conduce l’esistenza? Sono stanca, indifferente, abulico, mi alzo la mattina e il pensiero del tempo mi strazia, le ore che devono trascorrere mi danno la nausea. Il tempo, il suo lento sgocciolio mi piomba sulla testa formando un cappello di ferro. Devo occuparmi e preoccuparmi della mia persona e questo mi rende infelice. Ho chiesto all’ufficio qualche mese di permesso per malattia, e il medico ha compilato il certificato medico scrivendo “Esaurimento nervoso”, ma io non so come mi sia venuto questo esaurimento che poi sarebbe depressione·. Ad un certo punto non ho avuto più voglia di niente. La depressione è cosa tremenda, succhia il cervello, abbatte la forza dei muscoli, annulla la volontà, si ciba della psiche e alla fine ci si sente disperati e non si sa più che fare. La cucina è piena di medicine che non mi fanno niente, mi danno solo un’illusione di speranza. Sto bene solo quando dormo, non penso, durante il giorno le idee sono uncini che trascinano le mie stanche membra verso il basso in un continuo cupo tormento. Vado dallo psicoanalista che mi fa parlare (una fatica sovrumana parlare) però mi sforzo e lui vuole che racconti della mia giornata, ma siccome non vado a lavorare e non ho famiglia, quasi sempre non so cosa dire.

Il medico vuole sapere anche le minime azioni: la doccia, perché ho indossato quel particolare abito, se ho comprato qualche oggetto, i miei sogni. Se ho avuto desideri gastronomici, erotici, di qualsiasi genere e poi mi chiede continuamente cosa mi passa per la testa. Come si fatica ad andare dal medico quando si è angosciati, pronuncio due frasi e mi blocco, allora Panalista m’imbecca e con qualche parola devo pur rispondere, poi mi suggerisce di farmi una vita privata. In passato l’ho avuta, ma adesso in queste condizioni non guardo nessuno, non presto attenzione al mondo, sembro un morto vivente.

Mi osservo l’ombelico, la punta delle scarpe, fisso i muri di casa, le porte, i soffitti, gli armadi e ho lo sguardo da ebete, una vita privata sarebbe impossibile. Si vive, si lavora, si soffre, caspita se si soffre, ma qual’è il senso dell’esistenza? L’io in depressione partorisce ombre mostruose, e nella solitudine cresce a dismisura diventando un gigante maligno, una pianta carnivora che divora stessa. Non riesco più a leggere libri, sfoglio molte

riviste con le fotografie colorate, ma non approfondisco niente, se gli articoli sono lunghi e scritti con caratteri piccoli, li evito.

Qualche volta leggo le interviste alle persone famose che parlano della depressione, ed ho constatato che è una patologia molto più diffusa di quel che appare. Questo non mi consola e non mi aiuta, mi solleva un po’ la frase “NE SONO FUORI” arriverà anche il mio momento. Detesto la luce troppo forte, non sopporto la meraviglia del sole. Se devo uscire tra i cieli perfetti che mostrano sfacciati il loro azzurro, metto spesso occhiali scuri che attutiscono l’impatto con l’aria tersa. Per me l’aria pulita, cristallina è uno specchio tagliente che riflette il mio malessere. Non sopporto la folla, non andrei mai in un parco pubblico o in un giardino, mi si addicono le geometrie anguste e limitate. Lo spazio mi una vertigine. Vivo nel silenzio, nel minimo e nella quiete come fossi già in un personalissimo cimitero. Eppure vorrei sapere perché sono arrivata a questo punto?

Ero allegro, avevo molti amici, gli amici si sono ridotti, ridevo, ironizzavo, facevo battute, andavo a ballare, a vedere le mostre, al cinema, ci sarà un motivo a questa malattia? E’ iniziata una mattina di un anno fa, lo rammento benissimo. Stavo attraversando un incrocio, ero sovrapensiero, aspettavo che il semaforo diventasse verde, ma non mi sono accorto quando lo è diventato per cui ho attraversato in ritardo, una macchina ha frenato malamente per scansarmi. Non è successo niente, ma lo stridio dei freni e il suono del clacson hanno ferito il mio cervello, e da quel dannato momento qualcosa di negativo è accaduto in me. Ho avuto paura? Forse e con questo?

Forse è una pura coincidenza, io sto male da un anno e non può essere per un incidente

evitato. Che c’entra? Non lo sa nemmeno lo psicoanalista, gliel’ho chiesto, non mi ha risposto. Lui dice che l’elemento scatenante può dipendere da una qualsiasi circostanza, un tappo che salta e che fa fuoriuscire un liquido amaro. Rosicchio le pellicine delle unghie, mi faccio il sangue, vado su e giù per il corridoio di casa, mi osservo sovente allo specchio perché penso che vi sia uno sconosciuto dentro di me, e vorrei stanarlo. Lo specchio che ha qualcosa di miracoloso poi miracoli non ne fa, e rimanda l’immagine di me che conosco. Invece dentro ho la notte, un pianto senza lacrime, un grido senza voce, un respiro senz’aria e m’imbottisco di tranquillanti.

M’interesso degli altri. Faccio volontariato, mi mandano a casa degli anziani non proprio autosufficienti per accompagnarli nelle loro necessità. Li conduco alla Posta a ritirare la pensione poi andiamo al supermercato per la spesa, leggo i prezzi, i pesi, le scadenze degli alimenti. Li consiglio e faccio comprare sempre un po’ di fiori, passiamo dal giornalaio e quando serve in farmacia. Ci stringiamo sottobraccio per attraversare la strada e al contatto li sento tranquilli, sereni, fiduciosi.

Fa bene anche a me ero depressa, infelice, solo e sconsolata poi piano piano sforzandomi un po’ ho capito che per aiutarmi dovevo allontanarmi dal mio Io, e dedicarmi all’Io degli altri.

L’io ha dei limiti che la depressione mette a dura prova e poi non è progettato per resistere ventiquattrore in compagnia di sé stesso.

La malattia porta a questo, si fa il vuoto intorno, amici e parenti si fanno vedere il giusto necessario e non sanno più cosa dire perché hanno detto tutto, e se all’inizio del dolente percorso qualche viso ottimista c’era, poi le persone si seccano e diradano le visite. Risultato, la depressione si fa più cupa, più forte, è un cane che morde e strisciando sull’anima si rasenta il suicidio.

Quando un giorno l’idea del suicidio, mi ha seguito e inseguito per l’intiero giorno ho capito che dovevo fuggire da me stesso.

Ero diventata pericolosa. E’ stata durissima, andare a casa dei vecchi non mi piaceva, poi mi sono sentito utile e nei loro occhi leggevo riconoscenza, gentilezza, affetto, quando la mattina tardavo avvertivo ansia e dispiacere. Mi affrettavo a rassicurarli. Forse non è più tempo di pensare solo a sé stessi, per anni ci siamo analizzate le budella, scovato le ragioni recondite del cuore, trapanato il cervello perché ci desse il senso della vita. Nel frattempo dell’analisi, delle introspezioni sul profondo, il mondo andava in malora. Mi sono svegliata dalla mia malattia e ho trovato guerre, epidemie, milioni di bambini che muoiono di fame, animali in via di estinzione, I’ambiente bistrattato, la cementificazione che avanza ed altre cento cose che non funzionano. E’ stato un momento felice quando sono riuscito a sollevare gli occhi dal mio nerissimo Io. Sono sempre depressa, ma ora riesco ad essere un depresso efficiente che si sente importante. M’interrogo ancora sul senso della vita e l’unica risposta che ho è: preoccuparsi degli altri.

Lilli Maria Trizio