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BOLOGNA, ITALY – DECEMBER 22: Italian musician and composer Ezio Bosso conducts the Orchestra of the Bologna’s Teatro Comunale in concert for charity for the victims of the earthquake lands at Teatro Comunale on December 22, 2016 in Bologna, Italy. (Photo by Roberto Serra – Iguana Press/Redferns)

Lui non conosceva l’Italia del rancore. O comunque non se ne curava. Era troppo impegnato su altri fronti, che non erano di guerra (la detestava, quella parola) ma richiedevano ogni giorno coraggio, disciplina, rigore. Lo conosciamo come il poeta della musica, Ezio Bosso, che aveva scioccato il grande pubblico con la sua ostinazione felice, la sua rara, rarissima capacità di produrre bellezza, di interessarsi solo alla libertà e alla bellezza della musica, dell’anima, nonostante le ferite e i tradimenti del corpo.

E sì, oggi ricordarlo con vera tristezza, rimpiangerlo – percepire l’ingiustizia profonda di questa morte – non è assecondare la scala Mercalli del dolore mediatico, né riproporre la cosa di cui più aveva orrore: la santificazione del “pianista malato”. Non era un pianista, era un musicista e un direttore d’orchestra; non era un malato, era una persona con una malattia, grave e invalidante. Ed era un esempio specialissimo di tenacia e libertà, di capacità di felicità e di riflessione sulla felicità: questo ci colpiva di lui, questo ci arrivava dritto al cuore.
Non ci stava a misurare il talento con la scala dell’handicap, non ci stava a perdere tempo con piccole cose meschine, perché il compito a cui siamo chiamati, tutti, è altissimo e impegnativo: studiare e amare, per tracciare assieme (come un’orchestra) la strada verso un vita più bella.
Semplice, no?

Anche se hai una malattia neurodegenerativa che ti toglie proprio alcuni degli strumenti con cui lavori al tuo progetto di vita; anche se finisci nel tritacarne dello spettacolo e sai perfettamente che il rischio è che vengano a vedere come riesci a suonare, piuttosto che perdersi con te nella gioia di quello che stai suonando.

Eppure, sapeva anche questo: che oltre le storture, i clamori di cartapesta, le dittature dell’audience, il suo slancio generoso e vitale poteva passare, poteva incarnarsi nella musica che faceva, nelle parole con cui ci spiegava il suo lavoro, ci introduceva alla gioia, alla bellezza che è studio e cammino faticoso. Poteva arrivarci, salvare anche noi, fare da antidoto al rancore, alla bruttezza, al dolore.
Di questo gli siamo grati, per questo oggi lo piangiamo davvero.

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