Brioni compie settantacinque anni e festeggia a Firenze, durante la giornata inaugurale della 97esima edizione di Pitti Uomo, in programma dal 7 al 10 gennaio. Non è un caso che la sartoria fondata a Roma da Gaetano Savini e da Nazareno Fonticoli (e oggi parte del gruppo Kering) abbia scelto il capoluogo toscano per celebrare un anniversario così significativo. È proprio lì che nel 1952, all’interno della Sala Bianca di Palazzo Pitti i due soci avevano portato per la prima volta in passerella una sfilata uomo, interrompendo l’egemonia delle sartorie inglesi in fatto di menswear per raccontare al mondo l’essenza dell’Italian Style. Uno stile fatto di colori accesi, fantasie audaci, di una eleganza morbida, sorridente, rilassata che i tanti divi hollywoodiani all’epoca attratti in Italia dalla Dolce Vita romana avevano subito adottato con entusiasmo, diffondendone lo charme.
Al curatore francese Olivier Saillard è stato dato il compito di raccontare attraverso l’allestimento degli spazi della location al momento top secret (si tratta a quanto pare di un palazzo nel cuore della città) la storia di quella sartoria che, nel 1959, dalla capitale ha spostato la sua unità produttiva a Penne, in Abruzzo. Lo stesso luogo dove nel 1985 viene inaugurata la Scuola di Alta Sartoria, per tutelare e trasmettere il proprio saper fare. E dove tuttora è attiva buona parte della produzione a cui il nuovo corso di Kering sta cercando di dare ulteriore impulso, attraverso un piano industriale monitorato anche dal Ministero dello Sviluppo Economico.
Brioni, il cui nome deriva dall’arcipelago croato in cui gli italiani più potenti amavano incontrarsi nel secondo dopoguerra, nel tempo ha vestito una sfilza impressionante di personaggi dello spettacolo, scienziati, premi Nobel, economisti, top manager, tra cui spicca in ordine di tempo Brad Pitt, nominato ambassador del marchio per il 2020. Senza contare i costumi per il cinema, primo fra tutti il film Casino Royale, in cui non solo è stato creato il guardaroba del James Bond interpretato da Daniel Craig, ma anche gli smoking indossati dai protagonisti della scena alla roulette. Il tutto sempre restando fedele allo spirito anticonformista che ben si riassume in una frase che amava ripetere Savini: «Perché un uomo non può indossare il rosa, il giallo, il viola senza per questo rinunciare alla sua virilità?».
Nel 1952, insieme ai suoi soci doveva anche anche essersi domandato perché sulle pedane della nascente scena moda italiana non potessero comparire dei signori, così trova il modo di farci salire, al fianco delle mannequines, anche l’allora store manager della sartoria, vestito di abiti dalle silhouettes inaspettate, confezionati con tessuti fino a quel momento mai considerati dal mondo della moda maschile e per di più in nuances niente affatto discrete, come gli smoking a tinte vivaci.
Si dice che Ruggero Orlando, giornalista RAI amatissimo dal pubblico come corrispondente dagli Stati Uniti, di Brioni e dei suoi fondatori dicesse con ammirazione che avevano vestito da uomo tutte le donne del mondo e tutti gli uomini da donna, perché ben prima degli epocali tuxedo al femminile di Yves Saint Laurent la sartoria già produceva versioni pour femmes dei suoi completi.
Brioni ha rappresentato una visione libera e baldanzosa del linguaggio che la società attribuiva al tempo alla moda. Insieme al coraggio di definire un’eleganza vivida, prorompente. Un ruolo significativo al di là delle tendenze, di cui ancora oggi ha bisogno il mondo sempre più in bilico sull’abisso sconfinato del “vale tutto”.

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