Weisse Stadt Berlin (1929–31), Architects: Martin Wagner, Otto Rudolf Salvisberg, Bruno Ahrends, Wilhelm Büning Photo: © Tillmann Franzen, tillmannfranzen.com

Il 2019 sarà l’anno del centenario – ops, Jubiläum – del Bauhaus. Il secolo trascorso dal 1919 traccia un orizzonte tondo tondo, armonico e funzionale come il design stesso che quell’ecosistema culturale ha cullato e propagato. Limpido e preciso, certo (la fondazione dello Staatliches Bauhaus risale all’aprile 1919) ma sfumato.

Le origini del movimento vanno riavvolte a ben prima di quella primavera di cento anni fa – s’annodano agli enzimi di novità germinati nel Deutscher Werkbund, a sua volta nel solco (eterodosso) dei dettami di William Morris – e srotolotate su due perni: Weimar (1919-1925) e Dessau (1925-1932). Non un cerchio compiuto, dunque. Ma un’ellisse perpetua intorno a due fuochi.
È con questo in mente che gli spunti di calendario vanno còlti e trasformati in appunti di visita e punti di vista.

Si inizia a Berlino col festival internazionale all’Akademie der Künste nell’Hansaviertel: 100 Jahre Bauhaus (16 – 23 gennaio). “La sfida di fondo, allo stesso tempo premessa ed obiettivo duraturo, è quella di un dialogo innovativo tra le frontiere più d’avanguardia dell’arte contemporanea ed il lascito del Bauhaus nel mondo”, anticipa ad ARTE.it la direttrice artistica Bettina Wagner-Bergelt. “Lo spirito di quegli anni promuoveva un’estetica rivoluzionaria, approcci diversi alla multidisciplinarità mediante razionalizzazione rigorosa e sperimentazione su fronti diversi. Il festival raccoglie il testimone e va oltre, guarda avanti per osare e stupire senza compiacimenti. Proprio come il Bauhaus di ieri ed oggi. E – perché no? – di domani”. Al concerto d’inaugurazione Bau.Haus.Klang segue una settimana di workshop, installazioni, proiezioni. E performance di Teatro Totale. (Leggi il programma)


Housing estate Bornheimer Hang (1929–30), Kirche. Architetto: Ernst May. Foto: © Tillmann Franzen, tillmannfranzen.com

In quei giorni il vicino (si fa per dire) Bauhaus Archiv – Museum für Gestaltung sarà chiuso per gli interventi di integrazione e revamping, le silhouette delle forme ideate da Gropius negli anni Settanta saranno tuttavia intuibili sbirciando dentro al cantiere. E nell’attesa della ri-rinascita di quel contenitore – icona, totem e scrigno Bauhaus – conviene fare un salto allo spazio temporaneo allestito al piano strada di Haus Hardenberg(Knesebeckstrasse, Charlottenburg) per un’introduzione mirata e  qualche utile dritta di esplorazione.

Ci si sposta, muovendosi a ritroso nella genesi del Bauhaus, a Dessau per il primo dei tre appuntamenti che la città della Sassonia-Anhalt ha messo in agenda: School FUNDAMENTAL (20 – 24 marzo), un “festival di apprendimento” che sonderà la forza dirompente che quegli inediti metodi didattici impressero al mondo accademico (ed oltre, naturalmente).
Il secondo, Architecture RADICAL (31 maggio – 2 giugno),  ambisce a riannodare i fili del ruolo trainante dell’architettura (e di Walter Gropius) all’interno del Bauhaus. Non è stata al centro, non da subito. O forse sì? Con l’ultimo, Stage TOTAL (11 – 15 settembre), la sintesi di arti, competenze e visioni, linguaggi arrugginiti e nuove grammatiche d’espressione, trova una gustosa doppia catalisi. Con la rappresentazione di Violet (di Wassily Kandinsky) e nelle incursioni negli àmbiti meno esplorati di quella temperie creativa. (Leggi il programma)

Pochi giorni prima sarà stato inaugurato il Bauhaus Museum della città – ideato dal collettivo catalano addenda (sic, tutto minuscolo) – con la prima esposizione: Testing Ground Bauhaus. The Collection.
E prima ancora, in quella stessa prima metà del mese, la Bauhaus Woche (31 agosto – 8 settembre) di Berlino: zibaldone di eventi ed aperture, letture e riletture ed appuntamenti nella scia modernista che ha attraversato (ed attraversa) la capitale tedesca.


Bauhaus building (1925–26). Architetto: Walter Gropius. Foto: © Tillmann Franzen, tillmannfranzen.com © VG Bild-Kunst, Bonn 2018

Weimar, dunque – dove tutto questo ebbe inizio (più o meno). Sabato 6 aprile il nuovo Bauhaus Museum apre le porte. Disegnato da Heike Hanada, è un cubo di vetro di cinque piani su una base di cemento ad un angolo di Weimarhallenpark. Fulcro dell’incastro storico-urbanistico (e sociale) che intreccia tre direttrici topografiche distinte – l’asse culturale Repubblica di Weimar, l’ingombrante zavorra del Gauforum nazista, gli esiti degli interventi “sovietici” della DDR – dialogherà con quei passati in maniera critica. Puntualizzando però che “The Bauhaus comes from Weimar”, come il titolo dell’allestimento d’apertura ribadisce.

Allargando il raggio al resto della Germania, la mappa si fa densa di riferimenti espliciti ed altri, meno ovvi e “obbligati”, ma altrettanto significativi. Una località su tutte: Gera coi due carotaggi di approfondimento storico e artistico all’Henry-van-de-Velde-Museum (Haus Schulenburg): “Successor of the Bauhaus, two generations of artists in East Germany” (dal 17 agosto) e “Thilo Schoder, pupil and friend Henry van de Velde’s” (dal 14 ottobre).